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Intervista ad Arduino Paniccia
"L'Opinione delle Libertà", edizione 67 del 05-04-2008
Intervista a Arduino Paniccia / “La pace armata” e l’interesse nazionale di Elisa BorghiÈ un libro coraggioso “La pace Armata” scritto da Arduino Paniccia in collaborazione con Leonardo Leso e Andrea Castelli per i tipi di Mazzanti. E come tale c’è da aspettarsi che diventi poco popolare e che sollevi un mare di polemiche. Gli autori rispolverano il concetto di interesse nazionale, si spingono e teorizzare che questo vada perseguito anche attraverso le missioni militari, le quali, abbandonata ogni retorica pacifista, devono produrre dei solidi dividendi economici. Ne parliamo con il professor Paniccia.
Come nasce questo saggio? Nasce da una serie di riflessione sviluppate all’università di Trieste ed incentrate sul Medioriente e su una serie di temi connessi a quest’area, come la politica estera e di difesa americana, quella europea, italiana e naturalmente il mondo islamico, con la deriva terroristica e il problema della sicurezza.
“Pace armata”, un titolo che è una contraddizione in termini. Che senso ha? Come diceva Clausewitz, la pace è la continuazione della guerra con altri mezzi. Questa frase, che ho riproposto a una conferenza di fronte a esponenti delle forze armate, è però nuova per la mentalità di questo Paese. E intorno ad essa ruota il concetto su cui è imperniato il libro. Vede, la pace non è altro che un intervallo tra due guerre e, per paradossale che sembri, la guerra deve avere come obbiettivo quello di portare una buona pace. Essendo però un intervallo tra due guerre è difficile che la pace sia quel tempo di disarmo totale e di fratellanza che sogna l’umanità. Se mai è esistito, questo tipo di pace si è visto solo dopo le guerre totali, e poiché la guerra del mondo globale non è guerra totale ma parziale, limitata, la pace diventa la prosecuzione di questo conflitto ed ha come obbiettivo supremo la stabilizzazione. È un concetto di filosofico che viene riadattato ai problemi del Mediterraneo e del Medioriente. La pace del mondo in cui viviamo è una pace armata. È un bene talmente prezioso che lo si deve difendere anche con l’uso delle armi. Ecco, questo è il concetto di pace armata.
Veniamo all’Italia che del libro è tema centrale. Noi insistiamo sul fatto che le nostre forze armate, insieme a una parte della diplomazia, alle medie imprese e ad alcuni pezzi di banche e della pubblica amministrazione sono una delle eccellenze del Paese. E poi le forze armate, avendo vissuto l’esperienza dell’internazionalizzazione, hanno accumulato un’esperienza paragonabile a quella delle imprese e costituiscono con esse e gli altri attori citati un tessuto omogeneo che deve cominciare a ragionare in termini di strategia. Perché parlare solo di economia non basta più. Certo, quello economico è un grande problema per un Paese un po’ depresso come il nostro, ma questo problema va inquadrato in un ottica più ampia, che comprenda anche la strategia e la sicurezza. Non ci può essere sviluppo economico senza sicurezza e stabilità. Il vecchio concetto dei compartimenti stagni deve essere superato. Noi ad esempio, dall’intervento dei Balcani ci aspettiamo un grande ritorno anche economico.
Dire che la guerra deve produrre dividendi economici è coraggioso, soprattutto in un paese come l’Italia dove retorica impone che anche le missioni militari siano definite di “pace”. Lo so, infatti l’unico vicino a questa posizione, essendo una persona molta lucida, è Giulio Tremonti. Però non possiamo più nasconderci dietro un dito, perché - senza dirlo - gli altri paesi i dividendi di guerra li cercano eccome. La Francia ad esempio ogni volta che costituisce una delegazione dentro ci mette i diplomatici, i militari ma anche gli imprenditori. Lo stesso fanno Germania, Inghilterra e Stati Uniti.
Si chiama interesse nazionale e l’Italia sembra avere dimenticato che cosa sia. Sì, siamo solo noi ad avere una posizione così scellerata. Il libro calca molto sull’interesse nazionale e l’interesse nazionale prevede che coloro che se ne fanno carico non possano inseguire una morale spiccia. Bisogna guardare al benessere del paese e alle sue possibilità di sviluppo. Ma noi ci siamo completamente piantati e non sappiamo più che strada scegliere presi di mezzo tra una morale di comodo, una forte retorica, il populismo e un pacifismo che non ci porta da nessuna parte.
Come si persegue, concretamente, questo interesse nazionale? L’interesse nazionale deriva sempre e comunque dalla politica. La politica viene prima della strategia e prima dei giochi di squadra. La visione e la missione sono tracciate dalla politica. E l’interesse nazionale deve essere tracciato dai governi secondo una linea di continuità.
Per l’Italia questa linea di continuità quale potrebbe essere? È la ricostituzione del ruolo degli eserciti europei all’interno della Nato, la sicurezza nel Mediterraneo, il fatto i nostri politici devono comunque trattare con i Paesi arabi, non può andare sempre, per tutti Condoleezza Rice. In quest’ottica la stabilizzazione deve avvenire anche attraverso l’esportazione di un modello economico, che è quello della piccola e media impresa, in cui noi siamo campioni e molti paesi in via di sviluppo e di stabilizzazione sono interessati a mutuare.
Prima accennava a Tremonti. Il libro nostro e quello di Tremonti sono contigui. Tremonti si concentra sulla potenza economica, noi sulla potenza. E quindi sulla diplomazia, la strategia e le organizzazioni internazionali. Mettendo insieme questi due libri si costruisce un ritratto inedito dell’Italia, si ottengono 400 pagine di dottrina come non si vedeva da tempo.
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