Nel panorama della letteratura nord-americana del secolo scorso, fra gli interstizi rimasti quasi inesplorati nel corso delle molteplici rielaborazioni del Canone, emerge una figura molto amata e altrettanto rapidamente dimenticata, dall’esordio che lo rese famoso a vent’anni fino al declino e alla morte solitaria: Delmore Schwartz (1913-1966).
Narratore, poeta e saggista nonché redattore della Partisan Review, una delle esperienze giornalistiche più fervide e importanti del 900, fu uno straordinario rappresentante dell’intellighenzia newyorkese e portavoce di un disagio legato sia alla condizione di ebreo in America, sia all’alienazione del poeta di fronte alle illusioni dell’American Dream.
Comprendendo nel suo vasto disegno prosa e poesia, scrittura diaristica e teatrale, eroi dell’antichità e slogan pubblicitari, family romance e vaudeville, Schwartz si colloca sulla soglia fra scrittura classica e cultura popolare, letteratura ebraico-americana e letteratura americana tout court, sogno e responsabilità, immaginazione e autocoscienza.